«Assolto dall’accusa di illeciti bancari, continuo a “pagare” per qualcosa che non ho fatto»

L’usura può avere effetti mortali. Simile in questo, purtroppo, a una malattia come il tumore. A farne le spese sono, in genere i consumatori. Può capitare però, che il ruolo di “vittima” tocchi a chi è dall’altra parte. È successo a Giuseppe Iemmolo, ex direttore di filiale della Banca Agricola Popolare di Ragusa processato e successivamente prosciolto. L’uomo ha scritto una lettera al Giornale di Ragusa per raccontare la sua storia.
Concorso in usura continuata ed aggravata. Di questo era stato accusato. L’assoluzione è arrivata a dicembre. Trascorsi tre mesi però, niente è stato ancora fatto per consentirgli di svolgere serenamente il suo lavoro. 
 
Quattro anni fa il «divieto assoluto di esercitare attività di credito»
A giugno 2011 quattro carabinieri gli comunicano verbalmente che non potrà più ricoprire il suo ruolo in banca. L’uomo non riesce a capire cosa sia successo, fino a quando non legge il suo fascicolo. Ritenendo false le accuse a suo carico, avvisa i dirigenti di Bapr. Questi sostengono però di doversi attenere alla decisione del giudice. Durante il processo, il comandante della stazione dei carabinieri di Pozzallo spiega che «per me non sono state fatte indagini, non sono state fatte intercettazioni telefoniche né ambientali». Inoltre, precisa che Giuseppe Iemmolo è stato coinvolto «su basi comportamentali». 
Come se non bastasse, l’ispettore di polizia ammette di non aver approfondito la questione. Tuttavia, scrive che il dirigente di Banca «non ha erogato credito e, con il suo comportamento, ha costretto a rivolgersi agli usurai». 
 
Le prove “fornite” si dimostrano infondate
A dimostrazione delle accuse mosse a Giuseppe Iemmolo, vengono riferite due operazioni di sportello. I riscontri effettuati dimostrano però le vicende si sono svolte presso un’altra filiale della Bapr. 
 
«Nelle motivazioni della mia assoluzione si legge che le presunte vittime erano già andate dai presunti usurai prima di quando loro stessi indicano come suggerito dal sottoscritto. La mia vicenda, dal mio punto di vista, potrebbe presentare diverse anomalie». Amara ma dettagliata e lucida la testimonianza di Giuseppe Iemmolo. 
 
«L’isolamento professionale giornaliero, il non vedersi riconosciuto d’iniziativa il dovuto, l’essere costretti a ricordare ad ogni circostanza senza possibilità alcuna di poter immediatamente dimenticare tutto, portano sempre in misura maggiore a pensare di farla finita. Tutto questo per lo scrivente, senza ombra di dubbio, equivale ad istigazione al suicidio. Proverò a resistere, non riesco a garantirne il successo». 
 

 

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