Battaglia giudiziaria tra piccoli imprenditori e banche. Sono in ballo miliardi di euro

Un piccolo imprenditore edile di Padova, Mario Bortoletto, 64 anni, forse senza volerlo, sta diventando l'uomo simbolo di un nuovo filone giudiziario, con le banche (tutte, o quasi) sotto accusa per tassi usurari. Il motivo è presto detto: Bortoletto ha scritto un libro che si leggere d'un fiato («La rivolta del correntista», Chiarelettere), da pochi giorni in libreria, che, da piccola palla di neve, potrebbe trasformarsi in una valanga. 
Per capirlo, basta leggere l'ultimo capitolo, dove si racconta che il Tribunale di Forlì ha iscritto nel registro degli indagati il gotha del mondo bancario italiano. Tutto è nato nel 2009 dall'esposto di un piccolo imprenditore, che ha chiesto alla procura di indagare sui tassi da usura che, a suo avviso, gli venivano applicati dalle banche di cui era cliente. Per due volte, il pm ha fatto delle indagini, e, per due volte, ha chiesto l'archiviazione del fascicolo, ma in entrambi i casi il gip ha respinto la richiesta e, con l'ultima delibera, ha disposto un'udienza in camera di consiglio, in programma per la prossima primavera, per stabilire come procedere.
 
Una decisione contrastata, dunque, ma tale da configurare una vera e propria causa pilota. Prima di pronunciarsi, il gip di Forlì ha tenuto in gran conto quella parte della relazione del pm in cui si spiega che la ricostruzione del caso compiuta dalla polizia giudiziaria ha rilevato «condotte oggettivamente usurarie» da parte delle banche. 
Per questo, il gip non se l'è sentita di sposare la tesi contenuta nella seconda parte, dove il pm rimarca che «la giurisprudenza non consente di contestare l'eventuale usura ai presidenti e ai dirigenti delle banche» messe in stato d'accusa. Ma la giurisprudenza, si sa, a differenza di una legge vera e propria, si evolve, cambia a seconda dei tempi. Dunque, un caso che andrà seguito.
 
Che la magistratura abbia deciso di vederci più chiaro nei rapporti tra banche e correntisti in materia di usura, per Bortoletto è un buon segno, una bella notizia per tanti piccoli imprenditori che si sentono vittime più delle banche che non della crisi economica. Tutto il suo libro è un racconto agile e documentato di come l'autore, da cliente rispettato e portato in palmo di mano dalle banche di cui era correntista, di colpo sia diventato un perseguitato, con continue ingiunzioni a rientrare per uno scoperto di appena 22.500 euro. Un'inezia se confrontata con i crediti che Bortoletto vantava verso i fornitori, che però tardavano a pagare, fenomeno che, con la crisi economica, è dilagato. Ma la grande banca di cui era cliente non accettava scuse: voleva indietro i soldi, e subito. Esasperato, dopo essere stato costretto a vendere la casa, la barca e un immobile di prestigio, Bortoletto ha temuto di vedersi privare d'un colpo dell'azienda e degli altri beni che si era conquistato con trent'anni di lavoro. Ma, a differenza di altri imprenditori, suoi vicini di capannone, che erano falliti (o si erano perfino suicidati, come il suo amico Giovanni Schiavon, tirandosi un colpo di rivoltella), lui ha reagito ed ha fatto causa alle banche per usura.
 
Prima di andare in tribunale a sfidare i colossi del credito «che solo a sentire il nome ti spaventi», racconta nel libro, Bortoletto ha recuperato tutta la documentazione dei suoi rapporti con le banche degli ultimi dieci anni, dai contratti agli estratti conto. Non sempre è stato facile. Anzi, nel primo caso, la banca gliela negava, e di fronte alle sue richieste faceva orecchie da mercante. Così si è rivolto al giudice, che gli ha dato ragione, e poi è andato in banca con i carabinieri per farsi consegnare tutte le carte. Le ha affidate a un esperto qualificato e indipendente, e si è fatto predisporre una «perizia econometrica» del suo conto bancario. Una mossa che si è rivelata decisiva: nei suoi confronti, gli ha spiegato l'esperto, usando leve diverse (dalla commissione di massimo scoperto dell'1,50% trimestrale fino all'anatocismo), la banca praticava da anni tassi usurari. Dunque, non era lui a dovere restituire dei soldi, bensì la banche a lui.
 
Forte di questa perizia, Bortoletto ha fatto la prima causa e l'ha vinta. Poi non si è fermato più. «Negli ultimi anni ho avviato otto cause contro le banche, ho ottenuto due vittorie con relativi risarcimenti e ho una buona probabilità di spuntarla su tutte le altre» scrive. «Ma ho ancora molte battaglie da combattere. Ho già pronta la documentazione che dimostra come anche altri istituti di credito mi abbiano truffato applicando tassi da usura sui miei conti correnti: oltre trent'anni di lavoro significano tantissimi prestiti, mutui, leasing. Il marcio c'è dovunque, e più spulcio tra i miei conti, e più trovo gli inganni».
 
Bortoletto ha fatto scuola. Altri 600 piccoli imprenditori della zona di Padova hanno controllato i loro conti correnti e hanno fatto causa alle banche per tassi usurari. Un contenzioso che si sta allargando a macchia d'olio, tanto che Bartoletto è diventato un punto di riferimento nazionale: riceve centinaia di lettere da colleghi sparsi in tutta Italia che si trovano nei guai e gli chiedono consiglio, comincia ad essere intervistato dalle tv per programmi molto seguiti («Presa diretta» di Riccardo Iacona e «Report» di Milena Gabanelli), ed è diventato vicepresidente nazionale del movimento «Il delitto di usura», che tutela le vittime di usura ed estorsione bancaria. Non solo. Il 22 aprile 2013 ha preso la parola come piccolo azionista all'assemblea di Intesa-Sanpaolo ed ha fatto notare, con intento provocatorio, che «in bilancio per le controversie legali è stato previsto un importo molto basso. Sono dell'opinione che - visti tutti i correntisti che continuano a intraprendere azioni giudiziali (solo a Padova se ne possono annoverare circa seicento) per interessi usurari, ultralegali, anatocisti, commissioni di massimo scoperto e altro - se solo il 2 per cento dei correntisti di Intesa-Sanpaolo dovesse instaurare cause legali non basterebbero 5 miliardi di euro». Il consigliere delegato di allora, Enrico Tommaso Cucchiani, gli rispose che gli stanziamenti per le controversie legali erano più che sufficienti, pari a 930 milioni per il gruppo e a 430 milioni per Intesa-Sanpaolo
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