De Masi, le banche gli devono 250 milioni di euro ma rischia la chiusura

Essere nel giusto non sempre equivale a vedere tutelati i propri diritti. Purtroppo, spesso sono i cittadini onesti a pagare sulla propria pelle. E così l’ingiustizia diventa ordinaria amministrazione. L’ennesimo episodio di legalità negata è la vicenda dell’azienda calabrese De Masi, produttrice di macchine agricole e vittima da anni del “fuoco incrociato” del racket della ‘ndrangheta e dei tassi usurari bancari. In questi giorni gli operai hanno iniziato lo sciopero della fame, per lanciare l’allarme sull’imminente chiusura che l’impresa rischia, quando il 31 dicembre scadrà la cassa integrazione.

«Se chiude De Masi nessuno potrà più parlare di legalità. Nè in Calabria nè in Italia. Ed è tutta colpa delle banche usuraie». Lavoratori e sindacati fanno blocco comune a difesa di Antonino De Masi, il coraggioso imprenditore che ha scelto di non piegarsi né al pizzi né alle banche, pagando a caro prezzo la sua voglia di legalità. «E' una persona perbene, un industriale serio, che non chiede nulla a nessuno e che da lavoro buono in una terra difficile», dicono in coro.

Per Antonino De Masi e i suoi dipendenti l’incubo comincia circa 15 anni fa, quando l’uomo ottiene dei finanziamenti per ampliare la propria attività e avviare nuove assunzioni. L’imprenditore, che ha ottenuto prestiti da Bnl, Unicredit ed MpS, a un certo punto nota delle “anomalie” nei tassi d’interesse che gli vengono applicati, chiede chiarimenti in merito, e per tutta risposta si vede chiudere tutte le linee di credito. Da qui parte una battaglia legale vinta da De Masi; la Cassazione infatti rileva che l’azienda «ha pagato tassi usurai che vanno dal 25 al 45%, per questo va anche risarcita».

Intanto, per anni l’uomo è costretto a lavorare solo per contanti, a causa del “muro” delle banche contro di lui. I clienti anticipano il prezzo pattuito, e con i soldi ricevuti vengono acquistate le materie prime e pagati i dipendenti. «Sono andati avanti vendendo beni di famiglia e grazie agli operai che pazientemente hanno aspettato gli stipendi. Ma ora non è più possibile, o succede qualcosa o, alla scadenza degli ammortizzatori sociali in deroga, siamo costretti a chiudere».

A questo punto, la beffa nella beffa. Il risarcimento che spetta ad Antonino De Masi è stato quantificato in 215 milioni di euro, di cui le banche intendono pagarne solo 3. «Abbiano contratti in sospeso per milioni  -  racconta  -  potrei assumere anche domattina decine di operai e dare lavoro, ma così è impossibile». Il rischio sempre più concreto, quindi, è che un’azienda sana e in forze si ritrovi costretta a subire una sorta di eutanasia.

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