«Il recupero crediti è sciacallaggio». La testimonianza di un “pentito”

Gli avvoltoi sono esseri viventi che si nutrono delle carcasse di animali morti. Non necessariamente però, vivono in aria. Molti sono intorno a noi. Apparentemente ci assomigliano, se non fosse che mangiano (letteralmente) e prosperano sulle disgrazie altrui; il loro “habitat” ideale è senza dubbio quello del recupero crediti. Ogni tanto qualche esemplare si “redime” e vuota il sacco. Ecco la storia di uno di questi. La raccontiamo nella speranza che possa essere di monito e aiuto. Un modo, nel nostro “piccolo”, per spronare le vittime a rialzare la testa.
 
I numeri sono fondamentali, per gli addetti al recupero crediti. Per questo la competizione è spinta all’estremo, febbrile e spietata. Immaginateli come galline ammassate in uno spazio molto piccolo e spremute come limoni di cui sfruttare fino all’ultima goccia. Difficile sperare di ricevere anche solo un briciolo di umanità e compassione da chi è costretto in questa sorta di prigione, no? Perciò, ripropongono nei confronti dei debitori il comportamento subito dai propri superiori. Pressing, stalking e terrorismo psicologico in vario ordine e misura. «Prima si prova con l’insistenza. Ossessionare paga sempre. Ecco perché si fanno mille chiamate, sms, lettere su lettere. Lo scopo è di far sentire il malcapitato accerchiato, controllato, senza via di scampo finché cede e paga. Foss’anche vendendo i gioielli della nonna. A furia di insistere, blandire, sollecitare e in alcuni casi usare metodi coercitivi i soldi arrivavano, credetemi. Ci sono tecniche studiate e rodate nel tempo. Spesso tocca minacciare al telefono dichiarazioni di fallimento o pignoramenti anche se non si ha in mano alcun provvedimento del giudice. Non sono mancati casi d’uso della forza, violazione di domicilio e intimidazione».
 
E se il debitore “osa” non pagare, si passa al “piano B”. In fondo quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, no? «Si può sempre minacciare la sua reputazione economica. Gli agenti non si fanno problemi a contattare il datore di lavoro, il coniuge, vicini e perenti e propagare informazioni riservate. Una volta ho lasciato aperto sulla casetta della posta di un poveraccio un avviso di pignoramento risalente al 2009. Deontologia vorrebbe fossero chiusi, magari in una busta spillata, e indirizzati al diretto interessato».
 
Se neanche questo è “sufficiente”, si procede facendo terra bruciata intorno al debitore, con l’intento ultimo di non dargli tregua. «Si fa una ricerca delle utenze ubicate nella stessa strada. Si comincia a chiamare coi pretesti più vari, spacciandosi per avvocati e dicendo che lo studio legale ha estrema urgenza di parlare con questo signore per comunicargli sviluppi … “Sa come possiamo rintracciarlo?” Non c’era bisogno di lasciare recapiti, l’interlocutore era già psicologicamente predisposto a dare tutto l’aiuto possibile».
 
Tutta questa “fatica” e “inventiva”, alla fine viene premiata,  e l’avvoltoio ottiene il suo pasto. Anche a costo di spennare amici e parenti più prossimi del debitore. D’altra parte, una volta innescata la spirale di terrore e minacce le persone, soprattutto se ingenue, sono facilmente manipolabili. «Ci sono buone possibilità che la mamma o il padre abbiano una pensione e qualche risparmio e alla fine, in cambio di uno sconto, saldino il conto. In ogni caso per qualche mese il magro stipendio del recuperatore viene rimpinguato dalle commissioni del piano di rientro appena concluso».
 
 

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