Aziende fallite: va tutto bene. O forse no

L’economia è come la cosiddetta arte contemporanea

Fallimenti-aziende-CribisI numeri infatti, anche se può sembrare incredibile, finiscono per essere interpretati nei modi più disparati. L’intento? Adattarli alla propria visione e principi.

Così i dati relativi alle aziende fallite vengono utilizzati alternativamente per dispensare ottimismo, minimizzare elementi di criticità, o legittimare un atteggiamento prudenziale ai limiti dell’immobilismo.

Inevitabile chiedersi dove sia la verità.

Lo studio condotto da una società del gruppo CRIF ha rilevato che nel primo trimestre del 2019 sono fallite 2867 imprese italiane, per una media di circa 32 al giorno. Tale dato, si legge, “equivale a una riduzione del 3,5%” delle chiusure aziendali verificatesi nel medesimo periodo del 2018, vale a dire 2972.

Tuttavia, rovesciando il punto di vista, il quadro appare tutt’altro che roseo: i fallimenti avvenuti tra gennaio e marzo di quest’anno, infatti, si sommano a quelli relativi al primo trimestre 2018 per un totale di quasi 6.000 aziende finite gambe all’aria.

Analizzando i numeri dei vari settori, quello più colpito si rivela, nuovamente, il commercio. 924 chiusure nel 2019, a fronte delle 972 dello scorso anno. Poco da ridere anche per chi lavora nei servizi: ai 671 fallimenti del primo trimestre 2018 se ne sommano quasi altrettanti (656). 505 nuovi casi nell’edilizia: 12 mesi fa se n’erano registrati 577.

Le regioni che hanno subito il maggior numero di perdite sono purtroppo anche quelle dove è più forte la presenza di imprese: Lombardia (20,1%), Lazio (14,2%) e Veneto (9,2%).

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