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Come liberare il conto corrente in caso di debiti?

Il pignoramento presso terzi può compromettere definitivamente la vita del debitore

L’impossibilità di disporre del proprio conto corrente incide non solo sulla quotidianità del privato cittadino, ma può determinare anche un contraccolpo professionale, nel caso di un imprenditore. L’iscrizione in Centrale Rischi equivale infatti a ricevere una sorta di lettera scarlatta, in quanto polverizza istantaneamente la credibilità riconosciuta dagli istituti di credito. Ne consegue la paralisi produttiva.

L’imperativo per il debitore è quindi agire tempestivamente per sbloccare il conto corrente. Le opzioni disponibili sono due: la conversione o la transazione con il creditore.

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Traslocare il pignoramento per ottenere la “liberazione” immediata del conto

Questo, in breve, implica la procedura di conversione. Il debitore si rivolge al giudice per pattuire lo svincolo in tempi rapidi del proprio conto, impegnandosi a rispettare una serie di regole.

Il correntista trasferisce il pignoramento su un importo da depositare su un libretto ad hoc intestato alla procedura esecutiva e tenuto in consegna dalla Cancelleria del Giudice dell’Esecuzione.

L’ammontare della cifra da corrispondere è determinato dall’autorità giudiziaria, e deve comprendere oltre al capitale le spese e gli interessi.

In caso di pagamento rateale, dopo l’ultimo versamento l’intera somma viene trasferita al creditore. A questo punto si perfeziona lo svincolo del conto.

È necessario presentare la domanda per accedere a tale strumento prima che l’autorità giudiziaria assegni al creditore l’importo depositato sull’IBAN.

Transazione mediante scrittura privata

Si tratta di un accordo bonario stipulato tra debitore e creditore e finalizzato a liberare il conto corrente in tempi stretti, a seguito del parziale e immediato saldo della pendenza.  Dopo questo l’eventuale differenza può essere corrisposta a rate.

Solitamente ricorrendo alla transazione l’importo da corrispondere al creditore risulta inferiore a quello che sarebbe stato fissato mediante conversione.

A ciò si aggiunge il fatto che il creditore rientra in possesso dei propri soldi – o quantomeno di una parte cospicua di questi – con estrema rapidità. Non deve quindi attendere il pagamento dell’ultima tranche per disporre materialmente della liquidità.

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La Pace Fiscale potrebbe avere una portata incredibilmente ampia

Il Governo infatti starebbe pensando di ricomprendere al suo interno anche la sanatoria del bollo auto, dei tributi locali e delle multe emesse tra il 2000 e il 2010.

Dunque, l’approvazione della Legge di Bilancio 2018, per cui potrebbe essere necessario attendere sino alla fine dell’anno, sancirebbe la cancellazione automatica del bollo auto non pagato nel suddetto arco di tempo.

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Il bollo auto in breve

Questo rappresenta una tassa da corrispondere alla Regione in cui si risiede, e che è correlata al semplice possesso del veicolo, indipendentemente dal fatto che lo si utilizzi o meno.

Il termine entro cui pagare il bollo auto è l’ultimo giorno del mese seguente a quello indicato sul tagliando. Se quindi è riportato il 31 maggio, il versamento deve essere effettuato entro il 30 giugno.

La relativa ricevuta deve essere conservata per 5 anni, anche se, a differenza del passato, non è più necessario esibirla. D’altra parte è interesse dell’automobilista poterla presentare nel caso in cui l’ACI contesti il pagamento.

…e se “evadi” il bollo?

In caso di mancato versamento per tre anni consecutivi la Motorizzazione Civile interpella Polizia e Carabinieri che ritirano carta di circolazione e targa. Contestualmente c’è la cancellazione dal pubblico registro automobilistico.

Si può riprendere a utilizzare il mezzo solo dopo aver versato la somma dovuta maggiorata di sanzioni e interessi.

Se invece il bollo non è stato pagato per un arco di tempo circoscritto, è sufficiente il ravvedimento operoso, simile a un mini-condono, per chiudere i conti.

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Il pignoramento è uno degli effetti più immediati (e gravi) dell’esistenza di un debito

Il provvedimento investe non solo i beni materiali, mobili e immobili, ma anche i conti correnti. Ciò può congelare letteralmente la vita del debitore e della sua famiglia, soprattutto se l’insolvenza è stata determinata da una pregressa situazione di difficoltà economica.

Una casistica particolarmente delicata è quella inerente il pignoramento di un conto corrente in rosso. Quali sono i poteri a concreta disposizione del creditore? Esiste una qualche forma di tutela del debitore? Proviamo a fare il punto.

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Cosa significa avere il conto corrente (e magari anche il fido) in rosso?

Lo stato di passività può essere determinato da due cause: non c’è più denaro sul conto, o il correntista ha usato il fido oltre i limiti stabiliti. Quest’ultimo si fonda su un contratto attraverso il quale l’istituto di credito concede al cliente di utilizzare una certa somma in assenza di liquidità sul suo IBAN.

Tale servizio viene erogato a fronte di un costo, ma comunque disporre del fido entro i limiti fissati non comporta l’applicazione di una mora. Detta voce di costo si aggiunge invece in caso di sconfinamento. Un esempio pratico? Il correntista è tenuto a rimborsare alla banca anche gli interessi se gli era stata concessa una disponibilità di 3mila euro e lui ne ha usati 4mila.

Che succede in caso di pignoramento di conto con fido in rosso?

La Corte di Cassazione si è pronunciata in merito attraverso la sentenza n.6393 del 9 dicembre 2014. Gli Ermellini hanno specificato che l’esproprio forzoso può avvenire solo se il conto corrente è in attivo.

Se il pignoramento scatta quando il saldo è passivo, non possono essere aggredite eventuali somme accreditate successivamente per ridurre o estinguere lo scoperto.

L’esproprio forzoso risulta quindi congelato in caso di versamenti dal mero carattere ripristinatorio.

La redazione

 


 

 

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