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Notizie

Quando rischi il fermo amministrativo e come evitarlo

C’era una volta una multa

L’avevi trovata ad aspettarti “abbracciata” al tergicristalli della macchina dopo una turbolenta (e alcolica) serata tra amici. A dispetto della scarsa lucidità e del bisogno impellente di lanciarti sul letto, non solo l’avevi vista subita, ma l’avevi anche portata in casa ripromettendoti di leggerla con calma a sbornia archiviata.

Invece, per te inspiegabilmente, l’hai rivista solo dopo ANNI, quando, giocoforza, hai dovuto fare le grandi pulizie causa trasloco imminente. E sin da subito un dubbio angosciante ti ha agguantato la gola.

“Non ho pagato, e nel frattempo sono passati tre anni. Cosa rischio? Mi possono portare via la macchina?”

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La risposta è no, in quanto il fermo amministrativo è ammesso SOLO dopo che Agenzia delle Entrate Riscossione abbia inviato (tramite raccomandata A/R o Posta Elettronica Certificata) una comunicazione inerente l’obbligo di estinguere il debito ENTRO 30 GIORNI per scongiurare il divieto a circolare. In assenza di preavviso, il provvedimento può essere contestato dall’automobilista ed essere cancellato (vizio di forma).

Il fermo amministrativo può essere impugnato anche se le relative cartelle sono già state oggetto di prescrizione. Le imposte dovute allo Stato si cancellano automaticamente dopo 10 anni, quelle che scaturiscono dal credito di un ente locale, invece, dopo 5 anni.

Oppure, l’opposizione alle ganasce fiscali può essere giustificata evidenziando che il blocco dell’auto pregiudicherebbe lo svolgimento della propria professione, essendo strumentale a quest’ultima.

Questo provvedimento viene congelato anche effettuando la richiesta – poi accolta – di rateizzazione del debito. Dopo aver pagato la prima tranche prevista, l’automobilista fornisce prova cartacea al creditore, e questo emetterà una quietanza che dovrà essere inoltrata al Pubblico Registro Automobilistico per ottenere il congelamento del fermo.

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Mutuo non pagato: può essere pignorato il reddito di cittadinanza?

Il Covid ha sconvolto la tua vita

Tu e tua moglie avete perso il lavoro; l’unica vostra fonte di sostentamento è il reddito di cittadinanza. Adesso, per arrivare a fine mese dovete fare (letteralmente) i salti mortali; vi siete ingegnati per spendere meno per la spesa, ridurre il consumo di luce e gas e, vostro malgrado, avete dovuto tagliare molte voci del bilancio familiare. Non solo quelle voluttuarie (cinema, cene con amici…) ma anche, anzi soprattutto, quelle che sarebbero dovute servire a far crescere la famiglia.

Così, da un giorno all’altro, avete dovuto interrompere il pagamento delle rate del mutuo. E pensare che avevate appena finito di pagare la parte relativa agli interessi…

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Ora che la fase peggiore, la più buia, della pandemia sembra ormai alle spalle, e si profila all’orizzonte una sorta di normalità “minima”, ti puoi “permettere” il lusso di pensare anche a qualcosa che NON attenga la mera sopravvivenza.

Perciò, ti è tornato in mente il mutuo sospeso di fatto, ma per cui non hai inviato alcuna comunicazione alla banca. E da qui, un dubbio che ti toglie il sonno: possono pignorare il Rdc per le rate del mutuo non saldate?

La risposta è no. Agenzia delle Entrate Riscossione non può autorizzare l’esproprio del Reddito di Cittadinanza, in quanto questo costituisce  uno strumento finalizzato a promuovere la politica attiva del lavoro.  Altre forme statali di sostegno che NON possono essere pignorate sono il sussidio di grazia, quello destinato ai poveri, la malattia e l’assegno di maternità.

La redazione

 

 


Cingolani: prossimo trimestre aumento del 40% di bolletta elettrica

Autunno tempo di rincari…memorabili

Rincari-bollette-ottobre-2021Più che di ritorno alla normalità dopo la spensieratezza a oltranza delle ferie, si potrebbe infatti parlare di un ottobre da incubo. Pessimismo? No, realismo. Diretta conseguenza delle recenti dichiarazioni del Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani.

“A luglio la bolletta elettrica è rincarata del 20%, ma il prossimo trimestre gli aumenti saranno del 40%”. Questo a causa della crescita del prezzo delle materie prime su base internazionale – ed in particolar modo del gas naturale - e del costo dei permessi relativi alle emissioni di anidride carbonica.

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Aumento bollette: perché “metterci una pezza” non è bastato

A luglio il Governo, tramite decreto, aveva deciso di investire più di un miliardo di euro nel taglio degli oneri di sistema previsti per il terzo trimestre. Ciò nell’ottica di limitare, quantomeno, le ricadute di un (altrimenti) pesantissimo rincaro in bolletta. Così, le spese per l’energia a carico di privati e aziende erano aumentate “solo” del 9,9% (luce) e del 15,3% (gas).

La questione, però, non è scomparsa, è semplicemente rimasta sottotraccia, e potrebbe esplodere in tutta la sua gravità il 30 settembre prossimo, quando Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) pubblicherà gli aggiornamenti delle tariffe energetiche inerenti il quarto trimestre. E molto probabilmente i rincari segnati a luglio raddoppieranno.

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L’Unione Nazionale Consumatori ha stimato che questo trend costerebbe alle famiglie un aumento delle spese in bolletta di circa 250 euro all’anno. L’auspicio è che il Governo intervenga STRUTTURALMENTE sulla questione sfruttando, ad esempio gli incassi derivanti dalle aste europee riguardanti i permessi per le emissioni di CO2. Industrie e produttori di energia, infatti, sono obbligati ad acquistare una cosiddetta quota di inquinamento per ogni tonnellata di questo gas rilasciata nell’ambiente. Attualmente il prezzo unitario è di 60 euro, una cifra mai raggiunta prima.

Nel frattempo, il Governo sembrerebbe intenzionato a spostare sotto la fiscalità generale gli oneri inerenti le energie rinnovabili, che attualmente incidono per il 70% sugli oneri generali di sistema.

La redazione

 

 


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