Quando un conto corrente diventa un uovo di Pasqua al cianuro

Di burocratese si può morire

Costi_occulti_conto_correnteOgni cittadino sa che, laddove la controparte (istituzioni, aziende, banche) ricorra a un lessico inutilmente complesso e astratto, per non dire artefatto, le opzioni possibili sono due. Difendere con tenacia il proprio diritto a comprendere esattamente quali sono i termini della transazione in corso, oppure, per fiducia o principio d’inerzia, firmare … e augurarsi di non doversene pentire in futuro.

L’esperienza diretta di ciascuno di noi – come pure le notizie di cronaca – indicano ormai con chiarezza che mettersi (letteralmente) nelle mani di istituti di credito e imprese non è mai una buona idea. Come minimo, infatti, si rischia d’incappare nell’interessata reticenza, se non proprio in trappole rese possibili da notizie false.

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Così, per quanto possa sembrare incredibile, anche quando il cittadino assume il ruolo di creditore, la burocrazia e gli istituti finanziari possono bussare alla sua porta avanzando sostanziose pretese. E, per risalire al bandolo della matassa, si rivela necessario intraprendere estenuanti battaglie legali.

Qualcosa del genere è successo a una società umbra di Todi che, come un fulmine a ciel sereno, aveva visto abbattersi su di sé il decreto ingiuntivo della banca presso cui aveva un conto corrente.

Correva l’anno 2014, quando la società di digitalizzazione dei dati si vedeva notificare una richiesta di saldo superiore a 50mila euro.

Assistita da un dottore commercialista di Sos Utenti e da un legale, la società riscontrava significative omissioni nel contratto proposto nel 1994 dall’istituto di credito. Spese di gestione e importo di massimo scoperto non erano infatti minimamente menzionati.

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Interpellato sul punto, il tribunale di Spoleto constatava che non era stato allegato né firmato dalla società il famigerato foglio informativo a cui si rimandava per ogni ulteriore delucidazione. Gli estratti conti risultavano, peraltro, lacunosi.

Il ricalcolo effettuato nell’ambito della perizia di parte ha ipotizzato un credito della società di circa 160mila euro. La somma è stata poi rettificata dal tribunale, che l’ha stimata in circa 30mila euro.

A oggi, quindi, la somma totale dovuta dalla banca è di circa 35mila euro comprensive di spese legali.

Le conseguenze di un’ingiunzione

Chi non riesce a ottemperare a un’intimazione di pagamento va incontro a ripercussioni pesanti e profonde, sia per quanto riguarda la vita privata che quella professionale. L’iscrizione in Centrale Rischi costituisce uno scenario più che probabile.

Come fare, allora, a non provare un moto di indignazione e impotenza, considerando che, secondo le stime di Sos Utenti, un rapporto bancario su tre è caratterizzato dal fatto che il cliente, inizialmente bollato come debitore, si scopre poi vantare un credito?

Insomma, oltre a dover subire il concreto danno derivante dall’emarginazione sociale, anche la beffa di constatare, in un secondo momento, che si sarebbe dovuto avere il coltello dalla parte del manico. Un assurdo e perverso circolo vizioso che, negli anni in cui la crisi economica impazzava con più furore, ha mietuto migliaia di vittime. 

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La redazione 

 


 
 

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