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Ex dirigente Equitalia: «lasciate in pace i piccoli imprenditori»

Lo Stato deve ai privati circa mille miliardi, provenienti da controlli fiscali e contributivi. Il 90% di questi sarebbe destinato a piccoli imprenditori. Continuando così, il sistema Paese rischia di finire allo sbando. A lanciare l’allarme è stato Luciano Dissegna, ex dirigente dell’Agenzia delle Entrate nonché tributarista e arbitro Consob. 
Otto anni fa l’uomo si è dimesso da Equitalia, per manifestare il suo dissenso nei confronti dei metodi utilizzati. Da allora, ha intrapreso una personale battaglia volta a ridimensionare l’ingerenza fiscale dello Stato, e sensibilizzare le piccole e medie imprese sui loro diritti.
«L’Agenzia continua di fatto ad accertare capacità contributiva inesistente, in spregio all'articolo 53 della Costituzione, secondo cui tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Cosa suggerisce di fare, quindi, Luciano Dissegna? «Rivolgetevi all’amministrazione del vostro Comune, per chiedere l’approvazione di un ordine del giorno che sposti i controlli fiscali ai grandi gruppi legati agli appalti pubblici. I fatti di cronaca dimostrano che è lì che si annida la corruzione e l’evasione».
 

 

Merlino, sciopero della sete. «La riscossa degli scarafaggi contro Equitalia»

“Befera, gli scarafaggi ti aspettano”. Questa la frase stampata sul bavaglio della donna scesa in piazza a Modena per esprimere la sua solidarietà verso Mauro Merlino, querelato per diffamazione dall’ex presidente di Equitalia. Nel frattempo, l’uomo ha iniziato lo sciopero della sete; quello della fame era  partito 20 giorni fa. 
L’ennesimo atto dimostrativo prende avvio in concomitanza con l’udienza che dovrebbe decidere la sorte di Merlino. Tutto era partito con un video – successivamente cancellato – in cui l’uomo dichiarava che l’Agenzia di Riscossione andrebbe denunciata per “istigazione al suicidio”.
In autunno Equitalia aveva disertato la precedente udienza, e, per tutta risposta, Merlino aveva manifestato con una bara in corso Canalgrande, dicendosi pronto a vendere un rene pur di mantenere la famiglia. 
«Befera non si aspettava che uno “scarafaggio” si ribellasse. Sono come una goccia cinese». Così Merlino.
«Gli “scarafaggi”, invece, sono le persone che cercano di portare il pane a casa  e credono ancora in un’Italia migliore, non governata da chi promette senza mantenere».
«Faccio fatica a stare in piedi, ma non mi muovo e resterò in piedi. Se cadrò mi rialzerò. Se l’udienza dovesse saltare tornerò in piazza». Così Merlino.  «Protesterò fin quando i nuovi dirigenti non esprimeranno un parere e Befera non si presenterà. Ritieni una persona non alla tua altezza? Presentati in tribunale. Dobbiamo dire no all’abuso di potere che in queste situazioni emerge in modo lampante».
 
 

 

Illeciti bancari: risarcimento di 900mila euro per due società venete

Chi di anatocismo ferisce, di anatocismo perisce, verrebbe da dire. A Padova infatti, due istituti di credito sono stati raggiunti, a distanza di pochi giorni, da altrettante sentenze che li obbligano al risarcimento di circa 900mila euro per molteplici reati tra cui usura bancaria, capitalizzazione degli interessi e indebita segnalazione in Centrale Rischi. 
 
Nello specifico, una banca deve pagare 547mila euro, e l’altra 340mila. Purtroppo però, non entrambe le società vittime di illeciti hanno “vissuto” abbastanza da vedersi notificare la sentenza a proprio favore. Infatti, se una è riuscita a resistere continuando a produrre, l’altra, nel frattempo, ha subito una procedura di fallimento.
 
«Per oltre 11 anni la società in questione aveva visto addebitati su uno dei due conti storici utilizzati per far fronte alle esigenze di cassa e commerciali, commissioni di massimo scoperto non dovute, interessi ultra-legali, ma anche la capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori. Una violazione palese che avrebbe potuto risolversi ben prima. Già nel 2011 avevamo fatto istanza di restituzione presso la stessa banca che però aveva risposto con un netto rifiuto. Ora invece con sentenza in primo grado immediatamente esecutiva l'Istituto ha dovuto sborsare oltre 534 mila euro». Così Daniela Ajese, l’avvocato che ha rappresentato una delle due aziende.