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Capitalizzazione degli interessi: dal 1 ottobre è di nuovo tra noi

“Cacciato” dalla porta l’anatocismo si appresta a rientrare dalla finestra

 Infatti, da sabato scorso è diventato legale, a patto che sia calcolato su base annua. Finora era vietato ma comunque ampiamente utilizzato. A “ripescare” detta pratica dal “cilindro” è stata la Delibera 343 emessa dal Comitato Interministeriale Credito e Risparmio il 3 agosto. Questa riprende l’articolo 120 del Testo unico Bancario che, “a cascata” si richiama all’articolo 17-bis del Decreto Legge 14 febbraio 2016.

Dunque, il 31 dicembre vengono calcolati gli interessi passivi sviluppati su prestiti e mutui, compresi quelli aperti durante l’anno. Così, spetta al cliente bancario decidere se pagare gli interessi entro due mesi, o accettare che questi siano addebitati sul conto corrente: è in tal caso che si produrrà l’anatocismo, a partire dal 1 marzo successivo.

Come interpretare, quindi, il passaggio della delibera secondo cui «gli interessi debitori maturati non possono produrre interessi, salvo quelli di mora»? Gli interessi diventano quindi moratori allo scadere dei 60 giorni, o il creditore deve intraprendere un’azione legale nei confronti del debitore, per esigerli? La prima ipotesi sembra la più verosimile.

Le associazioni degli utenti, Adusbef in testa, sono sul “piede di guerra”. 

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Chi ci paga i danni causati dagli studi di settore?

«Due anni fa mi sono state notificate circa 70 cartelle per un totale di 600mila euro. Avrei dovuto pagare in 5 giorni. Come ho fatto ad accumulare un debito tale?». A chiederselo è un cittadino veneto. Gli fa eco Federcontribuenti: «L’Agenzia di Riscossione ha applicato una sorta di bail in, rivalendosi su chi può ancora essere spremuto».

Successivamente all’uomo vengono recapitati altri avvisi di pagamento. Si arriva così a toccare quasi quota 1 milione di euro. «Ho aperto una ditta individuale 9 anni fa. Mi chiedo come si è potuti arrivare a questo importo. E non riesco a darmi una risposta». Per tutta risposta gli viene congelato il conto corrente ed ipotecata la casa in cui vive. Il contribuente non ha infatti altri beni che possono essere “aggrediti”. Nel frattempo, inevitabilmente, ha dovuto chiudere la sua azienda.

All’origine di questa vera e propria ecatombe personale gli studi di settore, secondo cui l’uomo guadagnerebbe 35 euro l’ora. «Eppure è inconcepibile che un piccolo artigiano possa incassare più di 250 euro al giorno». Così Marco Paccagnella (presidente Federcontribuenti).

Il punto è, purtroppo, che chi effettivamente è intenzionato a evadere, dichiara di guadagnare cifre allineate con gli studi di settore, così da sfuggire ai controlli. Chi invece, in buona fede, dichiara cifre reali, e inferiori, paga spesso per colpe non sue. 

 

Equitalia ha l’obbligo di garantire accesso agli atti al contribuente

L’Agenzia di Riscossione deve custodire gli atti relativi alle pretese esattoriali fino a prescrizione degli stessi, ovvero 10 anni. Inoltre, qualora il cittadino lo richieda, deve essere messo in condizioni di poter visionare i documenti che lo riguardano. Ad esempio, le cartelle di pagamento. A ribadirlo, una sentenza emessa dal Consiglio di Stato lo scorso 30 novembre.

Detto obbligo nasce dall’esigenza di mettere il contribuente in condizione di utilizzare gli strumenti messi a disposizione dall’ordinamento per potersi difendere da atti di Equitalia illegittimi.

L’episodio che ha determinato l’emissione della sentenza da parte del Consiglio di Stato  riguardava la mancata riscossione  di tributi nel quinquennio  stabilito.  In casi del genere, è “sintomo” di diligenza, da parte dell’Agenzia di Riscossione, mantenere una copia di tutta la documentazione fino a quando il credito non è stato recuperato. La prova documentale,  infatti, è ritenuta fondamentale.

Nel caso in questione è stata accolta la richiesta del cittadino avere accesso agli atti che lo riguardano, mediante estrazione di copia, entro un mese.